Ciò che Lieca ama sopra ogni altra è sorseggiare una tazza di tè bollente in veranda la mattina appena alzata, indipendentemente dalle stagioni. Ormai il tè non si trova quasi più, ma lei non ci rinuncerebbe mai, soprattutto all’inizio di una giornata impegnativa. Alza lo sguardo su Bratislava, ripetendo nella sua testa il discorso: “Siamo lieti di avervi qui… in questi anni abbiamo affrontato numerose sfide… solo grazie all’impegno comune…”. Ad oggi, le conferenze pubbliche sono la parte del suo lavoro che la mette più in soggezione. Parlare a tutte quelle persone dalle orecchie tese, pronte a cogliere ogni minima falla, le procura le stesse palpitazioni di cinquant’anni prima, quando era una ragazzina neolaureata ed era appena entrata in politica.

Scende di corsa e si infila nell’auto. Gliene hanno assegnata una per una questione di sicurezza e di anzianità, ora che ha male alle ginocchia e fatica a spostarsi. Dennis, che vive nella casa di fianco, le sfreccia accanto su un quadripattino, la versione moderna dei monopattini, a cui hanno aggiunto delle pareti esterne per proteggere le gambe e una capote che si può aprire nei giorni di pioggia, con il risultato di farli assomigliare ad un cubo su ruote. Ora le corsie più larghe della strada sono riservate a loro e alle biciclette, mentre le poche automobili sono relegate ai margini.

Osserva il percorso nei dettagli, come ogni giorno. Mai nei suoi anni di gioventù avrebbe pensato di abitare a Bratislava, ma l’Unione Europea l’ha scelta come nuova sede del Parlamento, per la sua posizione centrale simbolica e per dare rilevanza ad uno dei paesi meno forti dal punto di vista economico. In effetti i risultati si sono osservati nel corso degli anni, dall’installazione di nuovi filtri per l’aria pulita e pannelli solari alla costruzione di centinaia centrali per il riciclo. La novità preferita di Lieca sono i campi a bordo strada, dove ci si può fermare sulla via del lavoro e comprare frutta, verdura e legumi freschi di giornata, talvolta raccogliendoli di persona insieme ai contadini.

Muller, il ragazzo che mantiene le capre del quartiere, le attraversa la strada salutando con la mano e la riporta alla realtà. Stringe tra le mani il suo discorso. Sul leggio ci sarà uno schermo, però toccare la carta le fornisce un senso di sicurezza che il digitale non ha. Rilegge e le parole le balenano velocemente davanti agli occhi, mentre l’auto fa manovra e parcheggia, annunciando l’arrivo con una vocina metallica. Scende e Djali, la capra usata dal Parlamento Europeo per potare il prato, le si avvicina, contenta perché sa di ricevere un po’ di sale ed una carezza.

Entra in ascensore insieme a Malik Hottemberg, un parlamentare svizzero

“Buongiorno, Deputata Lubisle.” saluta “Immagino che anche lei vada alla conferenza. Farà un discorso?”

“Esatto.” risponde Lieca “Sono tra la Deputata Jarani e l* Deputat* Vaher. Parlerò di diritti civili e immigrazioni.”.

Hottemberg le rivolge un sorriso di incoraggiamento: “Argomenti difficili, eh? Ormai non interessano più, le considerano cose superate e scontate, non è più come ai nostri tempi. Sono certo che glieli hanno assegnati nella certezza che terrà un discorso egregio.”.

Le porte si riaprono e li immettono nel salone centrale. È una grossa stanza circolare, piena di leggii e microfoni, uno per ogni deputato, disposti allo stesso livello, a simboleggiare che nessuno Stato può prevaricare sugli altri. Le pareti sono ricoperte di teloni bianchi, su cui vengono proiettati i parlamentari che partecipano a distanza, dal momento che durante le riunioni ordinarie è difficile siano al completo. Oggi metà della sala è occupata da studenti, principalmente slovacchi e qualche delegazione da Paesi limitrofi, mentre dozzine di facce galleggiano a mezz’aria. Lieca riconosce subito gli italiani, sfavillanti nelle loro giacche di tuta, una moda da quando le conferenze virtuali sono divenute la norma, e i capelli tinti dei colori più strambi, dal blu con pagliuzze dorate a mille sfumature di viola.

Dominique Lundstrom, Presidente del Parlamento Europeo, tiene il discorso d’apertura della

“Conferenza per il Futuro dell’Europa”, e poi presenta i parlamentari che interverranno. Mentre aspetta il suo turno, Lieca ricorda la sua prima conferenza, cinquant’anni fa, e non può fare a meno di provare un moto d’orgoglio. Da stagista piena di belle speranze a eurodeputata al secondo mandato, dopo cinque decenni di carriera. Tutto ciò che i ragazzi posso vivere, le frontiere aperte, il clima socievole e collaborativo fra Stati, le mille lingue studiate nelle università europee sono frutti anche del suo lavoro. Si sente fiera di sé e per un attimo le passa il nervosismo. Si riscuote quando Sana Jarani sale sul palco, perché dopo tocca a lei. Passa i fogli ad un segretario e inizia a passare lo sguardo sul pubblico. Gli studenti sono la categoria di uditori maggiormente imprevedibili: possono essere anche più attenti e concentrati dei giornalisti o non ascoltare una singola parola dell’intervento, alcuni si perdono ad ammirare la sala e altri commentano sottovoce con i propri compagni. Li vede tutto sommato coinvolti dal discorso di Jarani, com’era prevedibile dai toni squillanti e dalla sua personalità frizzante.

“Adesso vi prego di accogliere l’eurodeputata italiana Leica Lubisle!”

Leica sale e accarezza il bordo dello schermo dove appare il suo discorso, mentre i suoi occhi indugiano ancora sulle facce davanti a lei.

“Buongiorno a tutti e grazie per essere venuti, siamo lieti di avervi qui. È una vera emozione partecipare alla nuova Conferenza per il Futuro dell’Europa. Ricordo bene i primi interventi a cui

assistetti, più di cinquant’anni fa, ed è un onore poter affermare di essere stata tra i protagonisti di un cambiamento così epocale, che vi ha consegnato l’Europa in cui abitate oggi.

Posso affermare con assoluta certezza che la parte più difficile è stata raggiungere un accordo tra tutti gli Stati membri dopo la pandemia di Covid-19: i sentimenti nazionalisti erano forti e i singoli Paesi, soprattutto quelli che versavano nella situazione economica peggiore, cercavano solamente di tornare ad una situazione stabile, senza pensare ai costi in vite umane o a soluzioni a lungo termine. Questo creava problemi anche all’interno dell’Unione Europea, poiché non si era in grado di creare e, soprattutto, applicare legislazioni uniformi sul territorio, con il risultato che nemmeno i cittadini europei sapevano a chi rivolgersi per far valere i propri diritti. Solamente dopo che il Parlamento Europeo ha iniziato ad agire veramente come una struttura sovranazionale unitaria, applicando sanzioni agli Stati che non rispettavano gli accordi, si è potuta perseguire una vera e propria rinascita.

Personalmente, il mio vanto maggiore è aver creato una struttura veramente accogliente, che permetta a chi si vuole costruire una nuova vita di entrare e spostarsi in sicurezza all’interno dell’Europa. In quasi vent’anni, siamo riusciti a smantellare i campi profughi in buona parte del continente per costruire delle piccole città vere e proprie, spesso grazie all’aiuto e alle competenze dei rifugiati. Fornendo loro dei mestieri, oltre a portare la sicurezza di un tetto, cibo, acqua corrente e le strutture necessarie ad una comunità, abbiamo dato il via ad un ulteriore ricircolo della moneta che ha permesso loro di iniziare una nuova vita e ha portato ricchezza anche nei nostri Paesi. Soprattutto, vivere in luoghi sicuri ha dato modo ai rifugiati di riacquistare la serenità di uno stile di vita dignitoso, che ha portato ad una riduzione generale di malattie, fisiche e mentali, e di criminalità. Non sono state costruite solo case e ospedali, ma veri e propri centri di consulenza dedicati all’aiuto per questioni finanziarie e burocratiche, soprattutto per chi era analfabeta o non parlava la lingua locale. Sono poi sorte scuole per i bambini e per gli adulti, che potessero insegnare le lingue maggiormente diffuse e le culture dei Paesi in cui poi i rifugiati sono stati trasferiti, così da rendere più facile la loro integrazione. È un piacere vedere come, decenni dopo, strutture simili siano presenti sul tutto il territorio e vengano ancora utilizzate.

Non sarebbe stato possibile però raggiungere una vera integrazione senza cercare di smantellare gli episodi di intolleranza che colpivano immigrati e rifugiati, una volta arrivati nei Paesi ospitanti. Abbiamo quindi iniziato una collaborazione sia con gli stranieri presenti sul nostro territorio sia con i Paesi da cui provenivano per conoscere le loro culture e arrivare ad una forma mentis simile. Una volta raggiunta una situazione economica più stabile, abbiamo aiutato finanziariamente Paesi in situazioni di guerra o estrema povertà a rialzarsi. La nostra speranza è di essere riusciti a rimediare,

in parte, ai danni compiuti fino agli inizi degli anni 2000 dal colonialismo occidentale, che ha assoggettato tanti popoli non portando altro che distruzione e sofferenza. Anche qui ne siamo stati vittime, sotto forma di attacchi terroristici. Oggi però possiamo dichiarare che, grazie a queste politiche di collaborazione e all’impegno comune, su scala globale sono stati ridotti del 75%. Inoltre, una volta eliminate le situazioni che hanno costretto così tante persone a scappare, in molti hanno scelto di ritornare nella propria terra ed essere partecipi alla sua ricostruzione, non rendendo quasi più necessarie le operazioni di rimpatrio.

Ciò ha permesso una rinascita dei viaggi, turistici e di studio, culminata nella nascita, dodici anni fa, del Programma Terzani per lo Scambio Internazionale.”

Un gruppetto di immagini fluttuanti iniziano ad applaudire e mostrano alla telecamera le maglie con il simbolo del Programma.

“Come potete vedere, abbiamo alcuni partecipanti collegati dai loro Paesi ospitanti. Il programma offre agli studenti e ai giovani lavoratori di trascorrere periodi all’estero in Europa, in Asia e in Africa e il Consiglio dell’Unione Europea sta lavorando per allargarlo a tutto il continente americano e all’Oceania. Lì compiono studi sul campo e si immergono nelle culture locali. Alcuni hanno poi deciso di trasferirsi in via definitiva, creando dei nuclei familiari internazionali che contribuiscono all’arricchimento di un popolo.

Ci siamo inoltre impegnati nello smantellare qualsiasi forma di abuso di potere nei confronti delle minoranze. In seguito alla crisi economica del 2008 e quella successiva alla pandemia sono aumentati in maniera esponenziale episodi di intolleranza, supportati da svariate forze politiche. In alcuni Paesi erano state redatte delle leggi pensate per estirpare alla radice delle minoranze, da referendum islamofobi all’istituzione di zone libere da persone LGBTQIA+. Come Parlamento Europeo, siamo consapevoli della responsabilità che abbiamo verso i nostri cittadini, chiunque essi siano. Per questa ragione abbiamo stilato degli Standard Europei che i membri devono rispettare, per garantire ad ogni persona una vita sicura. Tra di essi ci sono la promulgazione di leggi a difesa delle minoranze, l’obbligo per i partiti di presentare liste che comprendano almeno il 50% dei candidati appartenenti a categorie minoritarie e l’istituzione di sindacati attrezzati a gestire situazioni di discriminazioni sul lavoro. Inoltre, sono stati stanziati finanziamenti per la formazione di terapeuti preparati a gestire le conseguenze di queste discriminazioni e, nel tentativo di stroncarle sul nascere, in tutta Europa le scuole tengono corsi per abituare alla diversità sotto qualunque punto di vista.

So bene come ciò che sto per dirvi sia pieno di banalità. Perdonatemi, il discorso non l’ho scritto io.”

Alza gli occhi e nota che stanno sorridendo. Si tira indietro i capelli e ricambia i loro sguardi, uno per uno.

“Sono estremamente fiera di aver contribuito a cambiare in meglio l’Europa, a renderla più coesa, più accogliente, aperta al mondo e attenta ai suoi cittadini, sia quelli che la abitano da generazioni sia chi l’ha scelta come dimora per sé e i suoi figli. È completamente diversa da quando avevo la vostra età e sono felice che sia così. Allo stesso tempo, non vedo l’ora di assistere ai cambiamenti che voi apporterete e a tutto ciò che modificherete del nostro lavoro.

L’unica cosa che mi resta da fare è augurarvi buona fortuna. Grazie.”