Mens agitat molem

“Cari amici, colleghi, concittadini,

Prendo la parola a questa Conferenza sul Futuro dell’Europa a cinquant’anni dalla prima volta in cui misi piede in questo Parlamento, per un’occasione del tutto analoga. I tempi tuttavia erano assai diversi. Si era nel 2021, e molti di voi saranno troppo giovani anche solo per ricordare quei giorni lontani. Se avrete la pazienza di ascoltarmi, vorrei ripercorrere con voi questi ultimi movimentati decenni, per capire da dove veniamo e - auspicabilmente - dove stiamo andando.

Noi oggi viviamo di un benessere senza precedenti nella storia, un benessere che non è stato ottenuto con il sangue e con il piombo, come si riteneva di dover fare all’inizio del secolo scorso, ma con la pace e il progresso. È vero, il Vecchio Continente è sempre stato, nella sua interezza o solo in parte, tra le aree più fortunate del pianeta, ma mai come in questi ultimi cinquant’anni siamo riusciti ad estendere questa prosperità a tutta quella che gli atlanti tradizionalmente indicano come Europa. Sono infatti quasi tre anni che, con l’ingresso della Confederazione Elvetica, l’Unione abbraccia tutti i 47 Paesi che nel 2021 componevano il Consiglio d’Europa.

Questa nuova lunga fase di espansione iniziò proprio in quelli che parevano i giorni più bui per l’ancora giovane e fragile UE. Parlo, lo avrete certamente intuito, della Pandemia del ’20-23. La catastrofe sanitaria colpì duramente e inaspettatamente diversi Paesi nel momento peggiore: gravati da una popolazione ogni anno più anziana e vulnerabile, divisi su numerosi dossier internazionali, provati da lunghi anni di crescita economica deludente. Eppure gli sforzi concertati dei 27, concretizzati in un poderoso piano di investimenti comunitari, diedero frutti insperati: la formulazione del primo vaccino contro il SARS-CoV2 avvenne proprio nel centro dell’Unione, e altri ne seguirono, con rapidità inattesa. L’impegno congiunto dei privati e delle istituzioni permise un susseguirsi di innovazioni terapeutiche, tanto nella cura quanto nella prevenzione del contagio, fino a quel glorioso giorno del maggio 2023, quando la Pandemia venne dichiarata estinta, e il SARS-CoV2 eradicato.

Al contrario di quel che si era temuto, il dissiparsi dell’emergenza non mise a nudo un’Unione debole e litigiosa, ma una flotta compatta di democrazie che, seppur attraverso qualche inevitabile burrasca, era riuscita non solo a tener duro, ma persino a rafforzarsi nell’avversità. Che la storia quarantennale del Progetto Erasmus abbia contribuito non poco a cementare lo spirito di collaborazione tra i vari Paesi è quasi un’ovvietà, ma io oggi ritengo che fu anche per l’importanza che questa esperienza aveva rivestito nel percorso formativo di tanti cittadini europei se il sogno dell’Unione non soccombette alle spinte esterne e interne durante e immediatamente dopo il battesimo di fuoco rappresentata dal Covid-19.

A metà degli anni ’20 la tranquillità sembrava riguadagnata, ma nessuno aveva la minima idea di cosa ci attendeva di lì a qualche anno. Lo Human Brain Project, probabilmente la più ambiziosa sfida raccolta fino ad allora dall’intelletto umano, finanziato e voluto dall’Unione, fu la molla che, tesa al punto giusto, permise la formidabile accelerazione. Lanciato nel 2013, entro il 2023 doveva fornire importanti e decisive risposte al più pertinace dei misteri della scienza, forse l’ultima grande questione d’incerto domicilio nel sottile confine tra scienza e filosofia: Cos’è la mente? Cos’è la coscienza? Come può essa emergere dall’intrico di fibre nervose che incessantemente vibrano di elettricità dietro agli occhi e tra le orecchie di ogni essere umano, anche dei vostri, cari concittadini, che mi state ascoltando in questo momento? Certamente capite, come lo capivamo noi allora, che queste domande sfiorano qualcosa di

profondo, qualcosa di universale, e allo stesso tempo qualcosa di potentemente incisivo sulla vita pratica della società! Conoscere la fisiologia del cervello vuol dire capirne le patologie, e questo è sempre stato il primo passo per costruire terapie per le numerose e terribili affezioni che colpiscono l’organo più nobile del corpo, l’unico - si può dire - nel quale ci possiamo completamente rispecchiare.

A seguito della Pandemia i Governi nazionali e la Commissione Europea avevano individuato nel potenziamento dei vari sistemi sanitari, nella loro integrazione e nella sottostante ricerca scientifica un importante campo di investimento, e anche lo HBP ne beneficiò, con un’estensione dei lavori al 2030. Già nel 2025 però comparvero i primi risultati di rilievo: praticamente in contemporanea tre delle maggiori università coinvolte nella sezione dedicata alla ricerca sulle demenze scoprirono la principale delle proteine coinvolte nel processo di degenerazione corticale che conduce inesorabilmente all’erosione delle facoltà cognitive, fino allo sviluppo della malattia di Alzheimer. Circospetti come solo gli scienziati sanno essere, i ricercatori dei tre istituti mantennero il più stretto riserbo per quasi sei mesi, durante i quali vennero condotte interminabili batterie di esperimenti volti a dissolvere ogni possibile dubbio sul ruolo e sulla preponderanza della dementina (questo il nome scelto per l’infausta molecola) nella genesi di una infermità che colpiva più di dieci milioni di persone nella sola Europa. Non solo l’importanza della dementina venne confermata da tutti gli esperimenti, ma nell’opera di sistematica messa in discussione di questa possibilità si erano palesate non una ma ben quattro possibili terapie farmacologiche, tutte quante ben più efficaci di quelle disponibili fino ad allora. La imponente mole di informazioni raccolte fruttò alle due ricercatrici e al ricercatore che avevano indipendentemente scoperto la dementina il Nobel per la Medicina o la Fisiologia nell’anno successivo, il 2026.

Eppure, era solo l’inizio.

Mentre Cina e USA si combattevano per il dominio dei cieli (la Corsa allo Spazio era ricominciata con il disgelo postpandemico, e vedeva le due superpotenze impegnate a spedire i primi esseri umani su Marte), l’Europa era partita alla conquista della mente, in una sorprendente contrapposizione di esplorazioni dell’universo esteriore ed interiore. Nel corso dei quindici anni successivi vennero fatti rivoluzionari passi avanti nella scienza medica: dapprima la comprensione dettagliata della fisiologia dei sogni, in seguito la delucidazione dei complessi processi che portano alla comparsa dei principali disturbi psichiatrici. Oggi la psicosi è praticamente sparita, grazie al vaccino per la schizofrenia paranoide scoperto nel 2029, la prima terapia genica per la depressione è datata 2032 e come non ricordare l’invenzione dell’ipnorama, la tecnologia per programmare il contenuto dei propri sogni la sera prima di addormentarsi, messa a punto nei primi anni ‘40.

Questa ultima invenzione è tuttora estremamente popolare non solo perché sostanzialmente azzera la possibilità di avere quegli incubi spaventosi che fanno svegliare di soprassalto nel cuore della notte, ma anche perché - noi professori lo sappiamo bene - permette di spostare lo studio durante le ore notturne, liberando (o almeno alleggerendo) le giornate degli studenti.

Ma veniamo a me: nel 2051 venni nominato a capo del Dipartimento BCI dell’Istituto Europeo di Neuroscienze, con sede a Edimburgo (il Regno Unito era da poco tornato nell’Unione, che allora contava 38 Stati Membri). Il mio dipartimento si occupava di sviluppare tecnologie protesiche per le funzioni cognitive (BCI stava per Brain-Computer-Interface), un campo in quegli anni in rapida ascesa, da quando si era scoperto come collegare per via microchirurgica i terminali sinaptici a dei minuscoli transistor biocompatibili. Da neurologo specializzato in disturbi dell’udito, avevo costruito un’equipe di medici, ingegneri e scienziati con l’intento di ideare un impianto corticale in grado di rimpiazzare gli inaffidabili e scomodi apparecchi acustici. Questi infatti trasmettono passivamente l’input sonoro alle terminazioni del nervo uditivo e sono completamente inutili in presenza di lesione di quest’ultimo, nel qual caso bisogna ricorrere a degli impianti cocleari, dotati purtroppo di scarsissima affidabilità nella trasmissione sonora: una sonata di Corelli è sostanzialmente indistinguibile dal frinire dei grilli. L’idea era quindi creare un collegamento diretto tra la corteccia uditiva primaria del paziente e un minicomputer dotato di un programma capace di filtrare e affinare la qualità dei suoni in entrata. Ora, non volendo tediarvi

con troppi dettagli tecnici intorno alla realizzazione pratica dell’esperimento, cercherò di riassumere i risultati all’osso: quello che accadde non era stato previsto.

Nessuno dei partecipanti al progetto, non io, non il paziente (la cui identità è rimasta celata dietro all’ormai celebre pseudonimo “monsieur Q”) sarebbe stato disposto a scommettere un centesimo su un evento del genere. Dirò di più, se qualcuno ce lo avesse pronosticato, noi saremmo scoppiati a ridere e gli avremmo amichevolmente indicato il reparto di psichiatria. Ma d’altronde se ne parlò tanto sui giornali, che ormai non è più una sorpresa per nessuno, e la straordinarietà del fatto stenebra quasi in un’inevitabile ovvietà. Eppure per noi fu un avvenimento eccezionale quando monsieur Q, al risveglio dopo l’operazione, si intromise in uno scambio di pareri clinici tra me e un collega. Eccezionale perché, nonostante avesse riferito di parlare e capire solamente il francese, la propria lingua natia, a noi si rivolse in tedesco, la lingua in cui io e il collega stavamo discutendo. E - soprattutto - monsieur Q non sembrava neanche essersene accorto. Non appena la notizia trapelò, come sempre trapelano le notizie, si versarono fiumi di inchiostro intorno a quelle ore sconcertanti, che hanno segnato il passaggio all’era dei poliglotti.

Oggi è normale per una coppia di genitori iscrivere il proprio figlio neonato alla lista operatoria per l’impianto di un BABEL1, ed è normale per un qualunque cittadino europeo leggere il giornale del mattino in polacco, ordinare il pranzo in spagnolo e la sera godersi un film in olandese. Questa immensa flessibilità ha permesso un avvicinamento senza precedenti tra i popoli dell’Unione, rendendo possibile in tempi non lontani perfino l’elezione di un cittadino ungherese all’Eliseo. Nemmeno cinquant’anni fa, ai tempi della mia laurea, era ridicolo anche solo pensare che un giorno sarebbe stato possibile partecipare alle elezioni di un qualsiasi Paese dell’Unione dopo soli sette anni di residenza stabile.

Per secoli la medicina ha avuto come compito l’inseguimento della malattia, o al massimo il tagliarle la strada per mezzo della prevenzione, in una parola conservare quel che c’è già. Per citare Lewis Carroll “Qui devi correre più che puoi per restare nello stesso posto”. Con l’invenzione accidentale del BABEL è cominciata l’età della medicina aristotropica, ovvero quella volta a migliorare le facoltà umane. Oggi sono in molti a identificare nella scomparsa delle barriere linguistiche il più grande passo avanti nel percorso di unificazione del continente, unificazione che è tanto più ben accetta in quanto non implica la rinuncia alle proprie radici linguistiche. Anzi, come riportato dalle statistiche più aggiornate, si è registrato un costante incremento nel numero di laureati in lingue europee negli ultimi vent’anni. Ad oggi si può veramente affermare che l’Unione sia “unità nella diversità”!

Oggi noi viviamo in un’unione di Stati e di popoli capace di far parlare ognuno nella propria lingua e tuttavia non si tratta di un dialogo tra sordi. Oggi sappiamo di essere sulla strada giusta, la strada per un mondo capace di meravigliarsi della ricchezza delle culture, un mondo veramente cosmopolita, sognato dai nostri antenati illuministi, pensato dalle madri e dai padri fondatori dell’Unione, e che ora tocca a noi realizzare. La nostra marcia verso il futuro non parte dal benessere materiale, che pure è una conseguenza del progresso, ma dalla curiosità, dall’ansia di conoscere ed esplorare, da quel vertice delle facoltà umane che rappresenta la quintessenza dell’intelletto: la meraviglia. Permettetemi, nel concludere questo mio intervento e nell’augurare una proficua e partecipata prosecuzione dei lavori, di citare un verso di Virgilio, che nel libro settimo dell’Eneide ci ricorda che “Mens agitat molem et toto se corpore miscet”, e cioè “la mente agita l’universa mole, commista profondamente alla sostanza del cosmo”. Proprio nella scienza e nello studio della mente, l’Unione ha trovato l’unità, proprio nell’incessante perseguire la strada dello spirito, la filosofia ha forgiato l’Europa prima che l’Europa esistesse.

1Biomimetical-Automatic-Brain-Exchanger-of-Language [NdC].

Sarò diventato un vecchio sentimentale, ma mi piacerebbe che questo fosse il motto che ci condurrà alla prossima Conferenza sul Futuro

d’Europa, nel 2121.