“Siamo in arrivo a Parigi, stazione centrale”. La voce sintetizzata del servizio passeggeri, in un impeccabile italiano, mi riporta alla realtà. Preso dai miei pensieri, le due ore di viaggio da Roma sono volate senza che me ne rendessi conto.

Attendo la pressurizzazione del corridoio di uscita dalla capsula insieme ad una famigliola di turisti e alcuni studenti di ritorno da una gita.

Manca ancora una buona mezz’ora all’inizio dei lavori, e ne approfitto per costeggiare a piedi la Senna lungo la Quai d'Orsay, verso la sede del Ministero degli Esteri francese. I riflessi del sole sul fiume e le facciate dei palazzi sono così belli che quasi mi dispiace essere già arrivato al civico 37 e dover varcare il cancello in ferro battuto del Ministero.

Mentre mi dirigo verso la scalinata d’ingresso provo una strana sensazione di fierezza mista ad orgoglio, probabilmente la stessa che deve aver provato Robert Schuman, salendo quegli stessi gradini 121 anni prima, quando concepì l’accordo destinato a diventare il seme della futura Unione Europea.

La Sala dell’Orologio, dove si tiene la conferenza, è quasi piena. Tre lunghi tavoli sono posizionati a ferro di cavallo, proprio sotto il celebre orologio, e due sontuosi candelabri illuminano la sala. Si respira un’atmosfera fuori dal tempo. ‘Le pace mondiale può essere salvaguardata solo con sforzi creativi’, disse una volta Schuman. Considerando l’impatto delle tecnologie sviluppate nell’arco della mia vita, non posso che essere d’accordo.

Proprio di fronte a me siedono una dozzina studenti in rappresentanza di alcuni paesi europei. Piccole bandiere disposte accanto a ciascuno di loro mi parlano dei loro paesi di origine, ma l’entusiasmo nei loro occhi racconta dell’Europa forte e coesa alla quale ho dedicato tutta la mia vita. Indirizzerò idealmente a loro il mio discorso.

“Sono stato convocato a questa conferenza in qualità di responsabile di uno dei progetti più importanti della storia dell’Unione Europea, e sono qui per raccontarvi la mia esperienza”.

Nella sala regnava il silenzio. Gli occhi curiosi dei ragazzi mi scrutavano con attenzione.

“La mia storia inizia nel 2021, quando decisi di partire per il mio primo Erasmus, verso un piccolo paese nel nord dell’Olanda chiamato Groningen. Ricordo le parole scoraggianti di amici e parenti, basate su pregiudizi e barriere culturali. Quei sei mesi, invece, sono stati per me un’esperienza straordinaria: il primo passo del meraviglioso viaggio che sto per raccontarvi.”

Tutta la sala ormai pende dalle mie labbra, ed io prendo qualche istante per assaporare quel silenzio.

“A Groningen stavano sperimentando una rivoluzionaria infrastruttura di trasporto pubblico via terra, in grado di movimentare passeggeri e merci ad una velocità inconcepibile per un treno tradizionale: capsule pressurizzate a levitazione magnetica spinte ad oltre mille km/h all’interno di tunnel depressurizzati per eliminare la resistenza dell’aria.”

Gli sguardi perplessi dei più giovani mi fanno sorridere e mi inducono a chiarire: “Avete capito bene ragazzi, sto parlando degli albori della tecnologia Hyperloop, quella con cui gran parte delle persone presenti in questa sala sono giunte oggi da ogni angolo della nostra Europa.”

“Terminati gli studi decisi di prendere parte al progetto, di cui mi ero innamorato, e dopo alcuni anni fui incaricato di dirigerne i lavori in Olanda.”

“L’idea visionaria era quella di creare, in collaborazione con tutti i paesi dell’Unione, la rete pan-europea di connessioni Hyperloop conosciuta oggi come HypEuro: una infrastruttura fisica che avrebbe introdotto nel settore dei trasporti una rivoluzione analoga a quella che internet aveva introdotto cinquanta anni prima nelle telecomunicazioni.”

“Nella realizzazione del progetto abbiamo incontrato molte resistenze. HypEuro toccava evidentemente molti interessi, a cominciare da quelli degli operatori aerei e ferroviari, e richiedeva investimenti notevolissimi sui quali i governi nazionali faticavano a raccogliere il consenso, come accaduto in passato per i treni ad alta velocità.”

“Come oggi è evidente, erano opinioni poco lungimiranti e prive di prospettiva, espresse da persone evidentemente non in grado di cogliere la reale portata di ciò che stavamo costruendo. Si trattava infatti di una rivoluzione la cui portata andava ben oltre la riduzione dei costi e dei tempi di trasporto: qualcosa che avrebbe giocato un ruolo determinante nell’integrazione fra le diverse culture nazionali e nella nascita di una solida identità europea nei cittadini di tutti i paesi dell’Unione.”

“Abbiamo reso possibile, per la prima volta nella storia dell’umanità, spostarsi da un lato all’altro di Europa con la semplicità della metropolitana e la velocità dell’aereo, abbattendo al contempo drasticamente il consumo energetico, le emissioni di CO2 e i costi di manutezione dell’infrastruttura.”

“Se voi oggi date per scontata la possibilità di viaggiare in modo economico da Madrid a Bucharest in poco più di 4 ore, o attraversare l’Italia in un paio d’ore, è perchè negli ultimi 50 anni gruppi di lavoro di tutti i paesi Europei hanno creduto fermamente in un progetto impegnativo e visionario. Esattamente come accaduto con internet, ogni paese ha costruito autonomamente, sulla base di specifiche tecniche comuni, un pezzo della più grande infrastruttura di trasporto della Storia, un ponte ideale lungo quanto un intero continente.”

“Consolidata la rete HypEuro, partirono quindi progetti di integrazione con sistemi di micormobilità, in particolare autoveicoli elettrici pubblici a guida autonoma. Il risultato di questa integrazione fu una drastica riduzione del congestionamento stradale, dell’inquinamento e degli incidenti. Ad oggi sembra assurdo, ma solamente 50 anni fa, ogni anno in Europa morivano circa 25 mila persone per incidenti stradali. Sono cifre esorbitanti se pensiamo al progresso tecnologico che vedevamo in altri settori.”

Mi fermo per un momento. Il pensiero corre inevitabilmente ad una triste sera della mia gioventù, quando il mio migliore amico perse la vita su un motorino, tornando da una festa di compleanno. Era bastato un istante, una singola disattenzione, perchè venisse travolto e ucciso da un’auto.

“Per tutti noi questo progetto è sempre stato ben più di una rete ferroviaria veloce troppo costosa, come i nostri detrattori solevano definirla. Per noi era una tecnologia straordinaria al servizio di un sogno: creare nei giovani un senso di appartenenza ed unione, che valicasse le distanze geografiche e le barriere culturali”.

“Non crediate però che basti un tunnel per realizzare un sogno del genere. Se oggi potete dire e sentire con orgoglio di essere cittadini dell’Unione Europea, è anche merito delle campagne culturali e di informazione coordinate e attuate nel corso degli anni ‘30 in tutti i paesi della comunità. Iniziative importantissime che hanno offerto alle persone una prospettiva di futuro alternativa a quella proposta, spesso in modo populistico, dai sovranismi nazionali ancora molto diffusi a quel tempo.”

“E’ per questo che ora ci tocca studiare anche la storia dell’Europa, oltre a quella del nostro paese?” chiese scherzosamente una graziosa ragazza.

Rispondo sorridendo. “Cari ragazzi, è solo conoscendo che si può decidere consapevolmente. Le campagne di informazione e sensibilizzazione hanno fortunatamente funzionato, e solo grazie ad esse governi nazionali hanno guadagnato il consenso necessario per approvare gli investimenti necessari per il progetto. La tecnologia non può risolvere i problemi se, attraverso una corretta informazione, e non si crea la consapevolezza della sua necessità e utilità.”

“L’attivazione della rete HypEuro ha enormemente incrementato la percentuale di cittadini europei che studiano o lavorano in paesi diversi dal proprio, contribuendo a rafforzare ulteriormente quella stessa identità europea di cui era frutto e di cui oggi è forse io simbolo più concreto e potente. La rete ha incrementato anche il turismo, stimolando soprattutto i giovani ad esplorare le bellezze e le usanze dei paesi vicini.”

Lancio uno sguardo agli studenti in prima fila e mi sento pervadere da un senso di resposabilità nei loro confronti, nei confronti delle generazioni future in generale.

“Ed eccovi qua, partiti qualche ora fa dai ogni parte del continente, siete ora qui a Parigi, ad ascoltare un vecchio rivangare ricordi di un passato meraviglioso. Vi ringrazio per l’attenzione, e vi auguro di avere anche voi un sogno grande come quello in cui abbiamo creduto noi. Seguitelo, potrebbe portarvi ben oltre quello che immaginate.”

La conferenza prosegue per almeno due ore, dopo le quali educatamente saluto e mi dirigo verso l’uscita. Tra la sala dove si era tenuta la riunione e la scalinata di ingresso si stendeva un lungo tappeto rosso. Un inserviente, vestito di tutto punto, mi vede arrivare e si accinge ad aprire il portone.

“Professore!”, sento gridare dietro di me. “Professore aspetti!”. Un ragazzo, forse il più giovane tra quelli in sala, sta correndo verso di me. Ha capelli scuri e grandi occhi marroni che brillano dall’entusiasmo.

“Professore, vorrei farle una domanda”

“Certo, dimmi pure”, rispondo.

“Lei ha parlato della sua storia per ispirarci, come un esempio di cambiamento nel passato che ci sproni a farne uno ulteriore nel futuro. Quale pensa dovrebbe essere il prossimo grande passo dell’Europa?”

Una domanda piuttosto impegnativa, fatta su due piedi, su cui però avevo a lungo meditato.

“Il successo del progetto HypEuro è l’emblema della nuova Europa, finalmente unita non solo economicamente ma anche culturalmente e politicamente. La nostra rilevanza economica nel mondo è molto accresciuta, ma questo potere porta anche delle nuove responsabilità rispetto all’ordine e allo sviluppo del resto del mondo. Molto più che in passato, abbiamo ora la possibilità e quindi il dovere morale di collaborare per migliorare questo pianeta.”

“Professore, ma che dovremmo fare concretamente?”

Ho l’impressione di essere stato troppo vago, perchè il ragazzo sembra perplesso, quasi deluso dalla risposta.

“E’ necessario che l’Europa costruisca un piano di aiuti concreto per i paesi meno sviluppati, a cui partecipino tutti gli stati membri, evitando miopi colonialismi, per risolvere definitivamente i problemi che affliggono da secoli la parte più povera dell’umanità”.

Il ragazzo sembra più soddisfatto, adesso. Aveva solo bisogno di un sogno più grande in cui credere. Guardo l’ora e mi accorgo che sono quasi le 19. Forse sarei riuscito ad arrivare a Roma per cena. Mi dirigo verso la stazione HypEuro, entro e mi siedo al mio posto. Che invenzione straordinaria.