Apertura della VI Conferenza sul Futuro dell’Europa 2071

Lo stato dell’Unione nel 2071 e la Gioventù europea

Articolo d’opinione del Prof. Emanuele Rocavallo1 – Iniziativa Giovine Europa

240 anni fa, nel 1831, un giovane Europeo francese si ritrovò, quasi per caso, ad intraprendere un incredibile viaggio alla scoperta della democrazia. Il suo nome era Alexis de Tocqueville e, dopo aver visitato gli Stati Uniti d’America, la sua vita cambiò per sempre, così come il destino dell’Europa. Una delle cose che Tocqueville osservò nell’inedita società democratica americana fu quella che definì come la dottrina dell’interesse bene inteso (seconda Democrazia in America, 1840). Egli sosteneva, in quella sede, che per convincere gli uomini ad essere virtuosi fosse necessario rendere loro evidente che la virtù fosse cosa utile e conveniente, in accordo con gli interessi onesti ed individuali di tutti.

E’ forse con questo medesimo spirito allora che il connazionale Ministro degli Esteri francese Schuman si impegnò nella sua celebre Dichiarazione (1950) a rendere una guerra tra europei: «non sono impensabile ma anche materialmente impossibile». Potremmo affermare che attraverso la voce di Schuman, in un certo senso, riecheggiava il richiamo cosmopolita di Victor Hugo: «Una guerra tra Europei è una guerra civile». Il 1950 fu l’anno in cui, per la prima volta nella loro storia, gli Europei si resero conto di quanto l’interesse bene inteso di tutti fosse la pace e la mutua collaborazione nel lungo periodo.

Oggi per fortuna i giovani Europei, a differenza di Tocqueville, non sono più tenuti a recarsi oltreoceano per poter osservare la democrazia in movimento, ma basta loro guardarsi intorno per innumerevoli occasioni di confronto. A questo proposito, mi viene alla mente il mio primo concreto esercizio di cittadinanza europea, quando mi recai per la prima volta, oramai cinquanta anni fa, a Bruxelles/Brussel con l’aiuto di quello che all’epoca si chiamava “Tirocinio Erasmus+”. Quelli furono gli anni della prima Conferenza (poi decennale) sul Futuro dell’Europa, nonché l’era catalizzatrice della grande Iniziativa Giovine Europa in cui ebbi l’onore di essere portavoce e stretto collaboratore. Ma perché annoio voi giovani lettori con la mia storia, quando questo Giornale, nato dall’Iniziativa, è proprio una creazione volta a tenere lontano i dinosauri come me? Ecco, se me lo concedete, vorrei tornare anche io giovane per un attimo, sottoponendovi, con la speranza di porvi un esempio di immedesimazione, un estratto di una lontanissima effige di dubbi, speranze e aspettative del me giovane Europeo del 2021.

1 Nota per la Commissione esaminante: questo nome è un alias fittizio

Grazie al Programma Erasmus+ (oggi una sottodivisione del Programma Studio Università Europea) ed Erasmus Student Network Italy ebbi infatti occasione di preparare un breve elaborato sul tema della prima Conferenza sul Futuro dell’Europa 2021 in cui riversai tutte le mie ambizioni e aspirazioni per quanto concerneva il progresso della nostra Unione Europea.

Scrivo questo articolo per condividere con voi giovani del 2071 quali erano i pensieri ed i sogni (alcuni avveratosi, altri no) di uno studente, che, come voi stava per sporgersi sul mondo della cittadinanza europea. Potremmo dire, una sorta di capsula del tempo colma di domande dal 2021 a cui il me stesso di cinquanta anni dopo proverà a rispondere proponendo una comparison con l’oggi. Cito:

“L’Unione Europea è, attualmente, una straordinaria creazione con un enorme potenziale. Il punto è: come plasmarla? Sembra chiaro che, dopo l’accordo Next Generation EU, e, in uscita dalla pandemia di SARS-CoV-2, la futura Conferenza sul Futuro dell’Europa rappresenti un momento di fondamentale importanza per poter decidere la direzione dell’Unione”.

Vedete, il periodo che seguì la fine del Secolo breve (Hobsbawm) fu un grave scossone per il cosiddetto “occidente”, specie dopo l’inizio dell’età di transizione che coprì il ventennio 2001/2021

l’era della piena “sindrome da XXI secolo” (Ferrac, 2053) – nonché proprio gli anni della mia gioventù. La pandemia globale, la crisi economica del 2008, la Brexit (pre-accordi di Belfast del

2029), il “terzo riflusso democratico” (mettendola nei termini di Huntington), furono tutti fattori che rappresentarono un grande pericolo ma al contempo una grande opportunità per rilanciare la cooperazione internazionale europea.

“C’è chi parla di Stati Uniti d’Europa e chi parla di uno scioglimento dell’Unione. Come si potrà salvaguardare l’equilibrio tra la sovranità degli Stati membri e, al contempo, garantire un processo legislativo-esecutivo veloce, efficiente e democratico a livello sovranazionale? Non aiuta il fatto che le forze scettiche critichino l’inefficienza europea ma, al contempo, ostacolino attivamente lo sviluppo di un’Unione più politica oltre che economica, la quale potenzialmente ovvierebbe a questo problema”.

Quante domande che avevo, quante cose sono cambiate e quante non cambieranno mai. L’Unione Europea è, certamente, uno dei più grandi compromessi diplomatici della storia contemporanea. E, in quanto compromesso, la risposta a queste domande non sarebbe che potuta rivelarsi un punto d’incontro a metà strada. Era il 2045, anno straordinario per l’Unione Europea, quando la prima ministra estone Männik propose l’idea del cosiddetto “Federalismo light”, presentandosi come mediatrice verso i timori delle sorelle repubbliche dell’est Europa, appena uscite dalla fase di riflusso

democratico e ancora memori della storia del secondo dopoguerra. Così, a Visegrád nel 2045 – 100 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale – nacque la piattaforma unique EUNIC (European Union Network for Increased Cooperation) a cui aderì una buona parte degli Stati Membri. Sbocciarono allora i primi segni tangibili di rinnovata cooperazione; io stesso fui consigliere per il Piano per le infrastrutture europee sostenibili 2045-2065 che vide la fondazione delle Ferrovie Europee e dei Consigli indipendenti di sviluppo urbanistico europeo, i quali finalmente aiutarono a pareggiare a livello continentale le strutture e le infrastrutture dei Paesi EUNIC aggirando gli eterni problemi di appalto a livello locale (e, con secondo fine strategico, limitando l’influenza della Cina popolare nelle Repubbliche est-europee). Quello fu il primo passo verso un’Europa più, anche materialmente, unita – persino a livello di consensi. E da lì l’incoraggiata libertà di movimento, l’alta velocità Roma-Stoccolma / Lisbona-Varsavia – ora concorrenti ecologiche dell’aereo –, il Programma Goethe/UNA Europa per il supporto all’internazionalizzazione delle Università Europee, l’Incentivo UE per le auto elettriche.

E naturalmente, anche il lancio di Giovine Europa, in cui io stesso mi sono cimentato (quando “giovane” lo ero veramente), dando un nome un po’ mazziniano all’Iniziativa che noi tutti conosciamo oggi. A proposito, torniamo al me del 2021:

“Quale sarà il volto della gioventù europea?”

Osservando il ruolo che hanno avuto le generazioni mie contemporanee nel rifiutare l’ondata di semplificazione istituzionale in direzione semi-autocratica che investì l’Europa sud-orientale dalla metà degli anni ’10 del III millennio fino agli anni ‘30, sembra abbastanza realistico affermare che la gioventù europea, per quanto multiforme e politicamente eterogenea, sia sicuramente democratica. E’ anche per questo che esiste Giovine Europa, pensata proprio come ombrello di coordinamento e unificazione di tutte le opportunità che l’Unione Europea ha da proporre per i suoi giovani.

“E l’economia? Sarà possibile renderla comune ma non dirigista?”

Il Next Generation EU del 2021/2027 fu un importantissimo primato per l’Unione, anche in vista di una maggiore flessibilità della Banca Centrale Europea e dei precursori accordi di mutuo aiuto infrastrutturale seguiti dalla prima Conferenza sul Futuro dell’Europa. L’Unione Europea ha un sistema di economia capitalizzata, multilaterale e contemporaneamente sociale unico nel suo genere, con forte impronta di libero mercato, ma dotata (dopo la III edizione della Conferenza) di un rinnovato sistema di intervento centrale per le grandi opere di interesse comunitario. I patti EUNIC del ‘45, inoltre, introducono il sistema soprannominato “dei veti velati” che impediscono sulla base della deterrenza politica l’eccessiva uscita della BCE dai suoi binari di competenza.

“La democrazia europea sarà diretta senza essere plebiscitaria e rappresentativa senza essere diluita?”

Per quanto concerne la democrazia, sarà proprio compito di questa VI Conferenza sul Futuro dell’Unione 2071 stabilire la possibilità di rendere il Parlamento Europeo ulteriormente coinvolto nel processo democratico continentale. Tra le proposte, vi è la realizzazione di un sistema di referendum europeo nelle rispettive Sottodivisioni Costituenti dell’UE (Sud Mediterraneo, Centro Europa, Balcani settentrionali ecc.). Si parla, inoltre, di candidati e Partiti che, in fase pre-elettorale, potranno presentare progetti infrastrutturali, sociali, culturali con allegate proposte di budget da sottoporre all’attenzione degli altri organi europei di peso e contrappeso. Il tutto, naturalmente, nella cornice della digitalizzazione della democrazia diretta permessa dalle nuove tecnologie. Forse, potremmo finalmente vedere compiuto l’allineamento dei nostri sistemi sanitari nazionali per completare il Sistema Sanitario Unico Europeo. Ecco, in questo risiede il “Federalismo light” di EUNIC: infrastrutture, transizione ecologica, democrazia stratificata e salvaguardata, lotta alla corruzione, grandi opere comunitarie, sanità, tutela dell’ambiente ed altro. Una combinazione di: libertà di movimento sostenibile (fondamentale per unire veramente gli Europei), potenziamento delle istituzioni politico-economiche in direzione inclusiva (Acemoglu, Robinson) e democrazia giovane, rinnovata, bilanciata. Sarà questo il volto della nuova Europa del 2071 e saranno queste le materie discusse nella VI Conferenza.

“Si potranno mai unificare politiche estere ed eserciti?”

A partire dal 2044 l’Europol e il Comando Militare Europeo sono stati notevolmente potenziati, tuttavia la cooperazione militare europea si è manifestata perlopiù tramite contingenti di stabilizzazione per le operazioni ONU di peacebuilding, peacemaking, peacekeeping e durante le esercitazioni NATO. Il Comando Militare Europeo è, infatti, ritenuto perlopiù uno strumento di emergenza e deterrenza in caso sia necessaria la tempestiva collaborazione tra i nostri eserciti. Non si può negare però che gli Stati Membri più piccoli si appoggino volentieri all’ombrello diplomatico della rappresentanza europea, la quale ricambia di buon grado per impedire la suscettibilità all’influenza estera a cui potrebbero essere soggette le Repubbliche in via di sviluppo. Insomma, quando c’è bisogno, l’UE sa usare il suo soft power, con un coro più o meno riuscito. E questo già si intuii con i fatti della ex Bielorussia, oggi Repubblica di Rutenia, del 2019-2027.

“Potremmo mai veramente dare una risposta unica europea al cambiamento climatico?”

Parafrasando Machiavelli, il conflitto è una parte necessaria della politica. E’ stata una lieta sorpresa notare che, to a certain extent, la gioventù europea di Erasmus e poi di Giovine Europa sia riuscita a

riempire il vuoto conflittuale lasciato dalla fine della guerra fredda con lotte impersonali volte a grandi tematiche come una pandemia globale, le disuguaglianze sociali e il cambiamento climatico. Il Nuovo GreenDeal europeo, pianificato nella I Conferenza del 2021 (poi ratificato su base decennale) ha permesso una soddisfacente transizione ecologica (ancora da ultimare) tramite un sistema di incentivazione al trasporto privato sostenibile e all’uso capillarizzato ed elettrificato delle Ferrovie Europee. Insomma, tornando a Tocqueville; quando l’uomo è costretto a fare una scelta per i propri interessi, ad esempio scegliendo la virtù della salvaguardia dell’ambiente per garantire la propria sopravvivenza, compie accidentalmente anche una scelta giusta.

A proposito, credo sia giunta l’ora di terminare questa mia intrusione nel Giornale dei giovani, sperando che possiate apprezzare le parole di un vecchio che, una volta, era come voi. La nostra Unione forse non è perfetta, ma sicuramente è programmaticamente perfettibile. Ha fatto passi da gigante dal 2021 con la prima Conferenza sul Futuro dell’Unione ed ora verrà nuovamente riplasmata passando a voi il testimone in questa VIa edizione del 2071.

La cosa certa è che l’Unione Europea rappresenta tutt’oggi il nostro interesse bene inteso, e, se non si è quantomeno affezionati al suo valore virtuoso, non si può non fare i conti con la sua ormai ineluttabile necessità, fin dai tempi di Schuman.

Per quanto riguarda il suo futuro, potremmo citare un grande della terra che Tocqueville visitò, un certo Abramo Lincoln, il quale disse che: «Il miglior modo per prevedere il futuro è sceglierselo». Umberto Eco avrebbe forse replicato: «Gli Stati Uniti hanno avuto bisogno della guerra civile per unirsi davvero. Spero che a noi bastino cultura e mercato», ma d’altro canto, Barraclough definì il “la lunga guerra civile europea” proprio quel ‘900 ormai lontano che spinse l’Europa ad unirsi.

La cosa certamente straordinaria è che da più di 125 anni, con l’eccezione della tragica parentesi jugoslava, in Europa si è preferito accendere la miccia del dibattito democratico piuttosto che la miccia di un cannone colmo di garofani.

Vi auguro un futuro splendente come dodici stelle dorate,

Un caro saluto,

Prof. E. R.